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08/08/2012

Trenitalia, sempre e comunque

Quasi quasi mi stanco di parlare di Trenitalia, ma è talmente varia l’umanità che mi tocca vedere sui treni che non riesco proprio a star zitto.

Da un annetto ho iniziato a fare dei giri in bicicletta con degli amici del tennis. Il sabato mattina ci si incontra e si parte per itinerari di vario genere (tutti prevalentemente su sterrato, visto che andiamo in MTB). In inverno scegliamo itinerari nei dintorni di Verona (la Valpolicella, il Basso Lago) mentre con la bella stagione azzardiamo spostamenti anche più lunghi e ci serviamo, per giungere sui luoghi, dei mezzi pubblici. I mezzi pubblici di cui possiamo disporre, grazie all’ATM ed a Trenitalia, sono l’autobus ed il treno. Il pullman parte dalla stazione ferroviaria di Porta Nuova ed arriva fino a S. Giorgio, a quasi 1.600 metri di altezza; da lì ci sono dozzine di percorsi che tra boschi, altopiani, discese a perdifiato, creste, in una quarantina di chilometri riportano a Verona.

Se si vuole andare in Trentino o in Alto Adige, veri parchi giochi per chi va in mountain bike, si deve pendere il treno. Ce n’è uno poco prima delle 8 della mattina che arriva al Brennero ed uno verso le 9 che arriva a Trento. Entrambi col vagone per le biciclette (obbligatorio nei regionali). Si va in stazione, si paga un biglietto con valore giornaliero per la bicicletta e poi il proprio per la destinazione che si desidera. Molto comodo. Come sempre la spina nel culo, quella che caratterizza ogni cosa quando si ha a che fare con Trenitalia, c’è.

Il primo treno, quello che arriva al Brennero e tutti vogliono prendere ciclisti, ha solo tre posti per le biciclette. L’altro, con 16 posti, si ferma a Trento ed il successivo treno con bici per il Brennero è due ore dopo. I percorsi più interessanti sono tutti oltre Trento. Invertire le due carrozze è una ipotesi troppo azzardata e geniale per essere presa in considerazione dai dirigenti di Trenitalia, evidentemente troppo presi a pensare al loro stipendio che ai problemi di chi glielo paga.

Comunque sabato scorso decidiamo di fare il percorso della Vecia Ferovia, da Egna a Passo San Lugano, venti chilometri in salita in mezzo ai boschi, tra gallerie e ruscelli. Si fatica perché in cima c’è un famoso ristorante e perché per tornare, ovviamente, è tutta discesa 😀

“Mi raccomando alle sette e venti in stazione perché altrimenti non si sale”. “Ma se siamo in quattro e i posti sono tre?” “Ah, normalmente fanno salire ma a volte si questiona.” “Molto bene”. Arrivo in stazione e tre bici sono su mentre fuori dal vagone tre tedeschi, due altoatesini ed un romano discutono col capotreno. La carrozza ha spazio per cento biciclette, ma è omolologata per tre in quanto ha solo tre ganci.

Dopo una discussione sfinente (il capotreno temendo una sommossa ha anche chiamato due poliziotti, che ovviamente peroravano la causa dei ciclisti) vengono caricate tutte le bici. I tedeschi erano senza parole. Noi italiani frustrati dall’ennesima figura di merda. Una cicciona di Monaco mi chiedeva “Ma se non si può perché ce le hanno caricate? E se c’è un incidente cosa succede? Siamo assicurati?”. Non sapevo cosa dire. Eravamo sul treno ma l’elasticità nel vietare e poi consentire l’accesso stavano a certificare che qualcosa non funziona. Una regola o c’è o non c’è.

Comunque arriviamo a destinazione ad Ora, dopo Trento; di volata a Egna e poi due ore di salita senza respiro. Un itinerario duro ma meraviglioso, realizzato nel tracciato della Vecchia Ferrovia della Val di Fiemme al fresco dei boschi e nelle vecchie gallerie. Arriviamo in cima, ristorante, tris di canederli (al pane, alle verdure, al fomaggio 🙂 avevamo perso un mezzo chiletto salendo, urgeva recuperarlo) poi giù a perdifiato. Molto bello. Arriviamo in stazione e prendiamo il treno, stavolta con la carrozza da 16 biciclette. Meno male non c’è da questionare.

Mi siedo nel vagone. Due sedili più in la due africani. Passano dieci minuti ed arriva il controllore. Quando arriva ai due immigrati uno di loro fa “amico!” e il controllore “ehh amico, se hai il biglietto amico, altrimenti sono guai!”. Il nero si mette a ridere. Discutono un po’ poi il controlllore se ne va. Ma come? Quei due sono senza biglietto!

Allora… Vediamo come stanno le cose. Ho un biglietto pagato con i miei soldini (per me e la mia bici) e mi rovinano la giornata tra mille discussioni, divieti, inefficenze, assurde disorganizzazioni. Addirittura chiamano la polizia pensando che io possa creare dei problemi, neanche fossi un delinquente. Nello stesso giorno due persone sono nel treno senza biglietto e non solo non gli viene detto e fatto nulla (a me avrebbero fatto la multa ed anche con arroganza) ma vengono autorizzati a viaggiare fino a destinazione; e questo lo so perché il vagone per le bici è all’estremità del treno ed il capotreno ha lì il suo ufficetto ed ogni volta che si muove per il treno passa davanti ai due africani, che sono scesi con noi a Verona. Sono una persona tollerante e posso anche accettare che non far loro una multa e farli scendere alla prima fermata avrebbe potuto essere essere una soluzione indolore e rispettosa degli altri passeggeri. Ma in questo modo no, mi sento preso in giro.

Certo non siamo un popolo pragmatico, ma vedere con quale facilità una persona possa fare scempio delle regole è disarmante: chiunque si sente in diritto di fare ciò che ritiene opportuno senza considerare le regole, le leggi, gli obblighi che la socialità comporta.

E Trenitalia è sempre un significativo testimonial della nostra peggiore italianità. Prima la stupidità nella formazione del treno, che non tiene conto del reale utilizzo del treno stesso da parte di chi lo utilizza. Poi per un capotreno che consente a degli estracomunitari di utilizzare il treno senza biglietto, evidente segno di discriminazione razziale nei confronti di noi italiani 🙁 . La prossima volta all’arrivo del controllore dirò “Amico, io albanese non ha soldini per biglietto di treno e non parla tua lingua” e starò a vedere cosa succede…

Certo che se non ci fosse Trenitalia non saprei di cosa scrivere…

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