Buon sangue non mente!
21/03/2013
Primavera?
29/05/2013

Largo al bello

take-a-smile

Non c’è da preoccuparsi, non parlo di me 😛

Solo che… Tra politica. economia, elezioni, tempo ‘che sta pioggia non finisce mai’ lo spleen è dietro l’angolo.

E allora, folgorato dall’ennesimo temporale di Aprile che, a dispetto da qualsiasi previsione, mi ha colto in Vespa cólla felpa e le braghette corte, ho deciso di infischiarmene delle cose brutte e vedere solo di trovare il bello in ciò che mi circonda. Quindi meno male che ha piovuto che mi si è lavata la Vespa. Che è assolutamente vero e non rappresenta un t’ariconsoli co’ l’ajietto (per i miei conterronei romani).

E poi per carattere sarei un ottimista inveterato, sempre a vedere il lato positivo e creativo delle cose. Chissà come mai che sono così speranzoso nel futuro. L’infanzia l’ho passata a Roma, con i miei  e con l’unica nonna che ho conosciuto, la madre di mia madre, dell’altro secolo. No il 900, l’800: era nata nel 1896. Le figure che ho avuto intorno sono state quelle canoniche: mio padre, militare e uomo di principi, che se n’è andato all’inizio della mia adolescenza e di cui ho dei ricordi davvero vaghi. Purtroppo i pochi ricordi che ho non sono tutti luminosi. Mio padre, per sua ammissione, era una persona dilaniata da rimorsi, dubbi, angosce legate al periodo della guerra, che lo vide ufficiale prima al confine con la Francia poi in Jugoslavia, dove gli italiani ne hanno fatte di tutti i colori. Dopo l’8 settembre filo partigiano, poi con incarichi istituzionali come ufficiale di Polizia. Sua sorella, la mitica zia Rita, non ha mai rivelato nulla della sua storia e non so quanto mia madre sappia. Il ricordo che ho è di una persona chiusa in sé stessa, per lo più taciturna e poco incline al riso. Ma ho anche dei colpi di flash di una limpidezza e di un chiarore unici. Ecco, forse è questo ciò che mi è rimasto di mio padre: questo carattere -di merda- che ondeggia tra il chiaro e lo scuro, capace di farmi (far) star male ma anche di darmi (dare) una felicità infinita. E chi mi sta intorno sa bene di cosa parlo.

Mia madre… Mia madre non sa dire di no, neanche ora che ha superato i 90. Se lo fa si vede chiaramente che sta forzandosi e che non è davvero felice di doverlo fare; ho imparato negli anni a non costringerla a farlo, anche se alle volte mi dimentico e mi scappa qualcosa che le fa storcere la bocca, girare la testa ed accennare ad un diniego. Mia madre è una persona semplice e lineare, cui basta poco per vivere e che ha la peculiarità di accontentarsi. Ed in questo siamo decisamente simili. Intendiamoci, non l’accontentarsi della mediocrità ma delle piccole cose che fanno grande la vita. Cosa? Qualsiasi cosa semplice, dal vedere il sole la mattina appena svegli al compiacersi di una pianta che non stava bene e si è ripresa. Mi accorgo che queste manifestazioni di ottimismo e positività sono da ricondurre alla persona di Maria Antonietta, un nome da regina, perbacco! Una regina che si è trovata -da sola- a crescere due figli maschi negli anni del terrorismo, della droghe pesanti, della rivolta giovanile alle istituzioni, dello stragismo. Credo sia stata dura per una sognatrice come lei. Hey, ma sono anche io un sognatore… Perbacco più ci penso più trovo dei pezzettini in comune con mia madre; e chi l’avrebbe detto trenta anni fa.

Sua madre, si chiamava Giustina. Giusta, toscana di Volterra. Dopo quasi 100 anni a Roma ancora parlava toscano. La nonnina buona che tutti sognano, che ti tira su quando sei giù, che ti incita quando non ce la fai, la cui vita è stata scandita dalle guerre: la prima, le guerre coloniali che le hanno portato via il marito in terra d’Africa, la seconda. Puoi uscire da questi pantani dell’anima in due modi: con le ossa rotte o diritto sulla schiena che non ti piegano più neanche le bastonate. Mia nonna era della seconda specie: orgoglio, dignità ed amor proprio. Ma anche dolcezza, dedizione, complicità. Altri pezzettini di me che continuo a scoprire.

Ne è rimasto solo uno. Mario. Cinque anni più grande di me, mi fratello Mario ed io siamo sempre stati diversissimi. Ora, passati da un pezzo i cinquanta, anche fisicamente torniamo simili e rivedo me nelle sue mani, nel suo modo di parlare, nei gesti, nei movimenti. È davvero una strana impressione vedere qualcuno che è fatto con i tuoi stessi pezzi. Mario è stato il primo e se l’è vista direttamente con nostro padre; e non lo invidio affatto. Credo che per lui sia stata molto dura, costretto alla maturità neanche alla fine dell’adolescenza senza una guida, un riferimento, un uomo da cui distaccarsi per diventare adulto. Siamo ancora molto diversi dentro, forse agli antipodi della ipotetica scatola che contiene la nostra famiglia. Tuttavia trovo in mio fratello le stesse cose che mi costituiscono. Forse distribuite in percentuali diverse, ma neanche tanto. E non posso fare a meno di ammirarlo. Mmmm, mi accorgo di non averglielo mai detto. Beh, lo faccio ora. Lo ammiro perché è una persona costante, che non molla. Lo ammiro perché, nel bene e nel male, è una roccia e ci puoi fare affidamento. Lo ammiro perché è una persona sincera, ed un fratello sincero non ha prezzo. Lo ammiro perché è una persona che rispetta gli impegni che si prende ed è fedele alla parola data. Beh, questa cosa per la verità è una caratteristica comune a tutta la famiglia.

Insomma, avevo deciso di parlare solo di belle cose e mi sono trovato a parlare della mia famiglia. Che gran fortuna che ho!

 

Mostra Social
Nascondi Social