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L’alto lago di Garda

Gli ultimi scampoli di sole caldino. Sabato era previsto bel tempo: la mattina presto fa freddo ma già alle 10 il sole scalda l’aria. E allora via col treno a Rovereto e poi verso il Lago di Ledro. Che poi alla fine al lago di Ledro non siamo arrivati, preferendo come destinazione il paese di Pregasina: lassù non era mai andato nessuno mentre al lago si.

Treno per Rovereto, il solito con la possibilità di discussione. Quindi alzataccia e corsa alla stazione sperando di trovare un capotreno accondiscendente: “mi raccomando le bici appese ai ganci” ha detto la capotreno (o capatreno? boh)… Per fortuna c’erano 5 bici e 6 ganci. Arriviamo a Rovereto e subito via sulla ciclabile verso l’alto lago di Garda. A Nago-Torbole il panorama è davvero da mozzare il fiato tanto è bello.

Poi a capofitto verso Torbole. Capofitto è un eufemismo, visto che la discesa di circa tre chilometri ha una pendenza media del 12%. Tutto diritto per tre chilometri, con due tornanti alla fine che scaricano praticamente nella piazza del paese. Ovviamente al ritorno l’abbiamo percorsa al contrario, mannaggia mannaggia, in salita 😐

Arriviamo a Riva e pianin pianino sul litorale giungiamo alla statale che costeggia il Lago di Garda dal lato Bresciano. Non vorrei sembrare un bacchettone lamentoso ma il casottino che vende kebab a fianco a porticciolo da dove si prende il traghetto del Lago di Garda non c’entra davvero nulla. Non c’entrano gli odori che produce, non c’entrano le persone che lo frequentano. Peraltro tutta la zona del lungolago è presidiata da venditori di ciarpame: tappeti, chincaglieria afro/indiana. Per lo più in terra, alcuni nei gabbiotti che, un tempo, ospitavano bar e gelatai. Ma che c’entrano questa gente e queste cianfrusaglie con il Trentino e l’Italia? Forse nel paese potrei accettarli, ma in primo piano sull passeggiata che tutti percorrono non riesco a farmene una ragione. Non ho nulla contro le persone che vengono da noi a lavorare, ma le autorità preposte prima di autorizzare uno scempio culturale simile dovrebbero rifletterci bene. Il luogo è frequentato praticamente solo da turisti, per lo più tedeschi; davvero vogliamo dar loro una immagine del nostro paese basata sul bachetto che vende kebab e da venditori ambulanti cingalesi che vendono robaccia cinese?

Proseguiamo. Ancora poche centinaia di metri e si attraversa la statale per iniziare il Sentiero del Ponale. Nel piano altimetrico del nostro giro è quella piramide al centro del grafico. Il sentiero è magnifico e si inerpica sul fianco della montagna, tra sassi e gallerie, strapiombi mozzafiato e vedute del lago di quelle che non si dimenticano facilmente.

Il sentiero ha una pendenza imbarazzante, almeno per me, ed è pieno di sassi e di ghiaia, è superfrequentato da ciclisti e camminatori, è stretto, è disagevole e difficile. Ma è bellissimo. In alcuni punti ci sono delle piazzole che consentono di voltarsi indietro verso il lago; solo allora ci si rende conto di quanto si sia salito in così poco tragitto. Una foto e di nuovo su. Ad un certo punto c’è un momento di respiro ed il sentiero si fa meno ripido; si incrocia una strada e dopo poche centinaia di metri sulla destra inizia una mulattiera che si inerpica quasi verticalmente sulla montagna. Anzi, forse sarebbe meglio nella montagna. Non si può fare in bici; al massimo si può spingere la bici. La imbocchiamo perché è una scorciatoia: circa trecento metri di una pendenza e di una difficoltà davvero notevoli che però accorciano enormemente il percorso. I grandi sassi lisci (con i solchi delle ruote dei carretti) non sono l’ideale per le scarpe da bici con le placchette, e si deve davvero fare attenzione. È davvero dura e si fa fatica anche solo a salire a piedi, figuriamoci spingendo una bici.

Alla fine arriviamo alla statale: a destra si va per il Lago di Ledro, a sinistra per Pregasina. Decidiamo per quest’ultima e dopo una galleria (anche questa in salita, mannaggia) la strada continua al 10/14% per un po’ di chilometri, tanti quanto bastano per farmi rimpianger la Vespa. Incontriamo un gruppo di ciclisti “manca molto a Pregasina” “Saranno quattro tornanti” Se lo incontro quello dei quattro tornanti lo metto sotto. Non finiva mai, altro che quattro tornanti… In cima troviamo un ristorante ‘attrezzato’ per i ciclisti: piatti di pasta da 200 o 350 grammi 🙂 Il ristorante ha una terrazza che guarda esattamente verso l’ultimo tornante che porta al paese e non solo arrivi arrancando tutto sudato ma gli ultimi cinquanta metri sono una passerella spietata (la salita non è finita!) sotto lo sguardo di un centinaio di ciclisti che, davanti ad una birra fresca, ti guardano. La salita è dura e non c’è nessuno che arriva su come se niente fosse: tutti alla svolta appaiono col più corto rapporto che hanno sulla bici.

Una birra e un piatto di rigatoni rimettono le cose a posto e via, a perdifiato in discesa. Mannaggia, ore per salire e pochi minuti, pochissimi per scendere… Non va bene, non c’è proporzione. Dobbiamo rientrare. Tutto bene fino a Torbole. Da li si deve risalire fino a Nago per valicare la montagna e ridiscendere a Rovereto. Beh, senza eufemismi dirò che per me è stata dura, sia perché la strada è tutta diritta e con una pendenza media del 12%, sia perché ero stanco per le salite precedenti. Alla fine stringendo i denti sono arrivato a Rovereto con Franco e Mario che mi hanno aspettato spesso e volentieri. Che dire… Lo rifarei subito. Davvero ma davvero bello.

Sta MTB mi sta piacendo sempre di più…

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