Il tramonto
07/10/2013
Asia
18/04/2014

La Camera Oscura!

CameraOscuraCi sono modi di dire, parole, luoghi, che col passare degli anni assumono significati diversi, al punto da perdere qualsiasi senso logico. Stamattina pensavo alla “camera oscura”. I giovani fotografi figli del digitale probabilmente non ne hanno mai vista una ma da ragazzo ci passavo notti intere: si usciva a fare foto, poi si rientrava, si sviluppavano i negativi, si aspettava che asciugassero e via, sviluppo, fissaggio, lampada rossa, ingranditore e iniziava il divertimento.

Sarà che non uscivamo molto (secondo i nostri genitori si, ma rispetto ad oggi eravamo delle educande), sarà che a Roma (Civis Romanus Sum!) tra politica e droga la notte spaventava i nostri genitori al punto che potevamo fare -quasi- qualsiasi cosa pur che restassimo in casa. Il nostro hobby per la fotografia, insomma, era ben visto e le -piccole- richieste di danaro per i -pochi- materiali -generalmente- non incontravano ostacoli. Sono quasi convinto che le nostre madri si mettessero d’accordo per tenerci, a turno, in casa: una volta da me, un’altra da Stefano e Silvano, un’altra da Romolo o Massimo.

E poi c’era anche il mistero dell’alchimia, dell’iniziazione, del rituale, perpretato con le braccia dentro il sacco a pelo (!) o sotto le coperte, dello srotolare, dell’avvolgere, del chiudere la pellicola nel tank per lo sviluppo. Già, perché la pellicola era sensibile anche alla luce rossa e per svilupparla era necessario, al buio più completo, montarla nel tank aprendo il cilindretto di metallo che la conteneva: il rullino. Quelli Kodak non si aprivano neanche con le pinze e bisognava trattarli bene perché acquistavamo la pellicola a metri e ci facevamo i rullini da soli riciclando i contenitori usati. La pellicola andava fatta scorrere dentro una specie di spirale che poi si inseriva in un contenitore con una bocca di lupo che consentiva di inserire i vari liquidi senza far entrare la luce. Una quindicina di minuti e si poteva stenderla in bagno, appendendola ad un filo per i panni come un calzino. E si doveva girare alla larga perché pelucchi, polvere e graffi avrebbero rovinato i nostri capolavori. Insomma si assumeva un’aria da iniziati e ci si sentiva importanti.

Lo sviluppo della pellicola era completamente invisibile, ma le stampe le vedevi venir fuori piano piano, come per un miracolo. Anche se sapevo bene come funzionava tutta la faccenda, ogni volta ero stupito dall’apparire delle immagini: le facce degli amici, i luoghi della nostra adolescenza, tutto passava attraverso le lenti degli obiettivi prima di colpire il nostro occhio e poi finire su un pezzo di carta. Sarà per questo che i ricordi sono ancora così vivi: perché l’attenzione che mettevamo nel cogliere l’attimo era massima, visto e considerato che le pellicole costavano ed il numero di scatti era limitato a quelle che avevi e potevi portarti dietro. Vivevamo con risorse limitate e dovevamo fare con quello -poco- che avevamo.

Iniziammo (sono stato fortunato perché la mia adolescenza è stata una -costruttiva- esperienza di gruppo) presto a capire che avevamo ampi margini operativi nello sviluppo e nella stampa. Il colore era un sogno (in quegli anni era impossibile per i costi delle attrezzature e dei materiali di consumo) quindi vivevamo in un mondo in bianco e nero. Presto apprendemmo che esistevano carte dure e carte morbide, Le prime, le mie preferite, scolpivano le immagini rendendo tonalità molto contrastate, mentre le altre erano più disposte a rappresentare i grigi intermedi. Per carattere (ancora oggi!) i toni di grigio non so neanche che esistono ed anche il mondo mi appare come una foto stampata su una carta a gradazione 9. Ne ho ancora qualcuna di quelle foto.

Scoprimmo poi che anche le pellicole erano state dotate dai loro fabbricanti di un’anima, e se la Ilford produceva supporti dalle infinite tonalità intermedie la Kodak aveva a listino la Tri-X (400 asa!) che era il mio ideale complemento di vita: scattavi e poi trovavi solo bianchi e neri. Il mio idillio con quella pellicola durerebbe ancora oggi se non avessero smesso di produrla.

Oggi scatti, guardi (dopo, non prima!), ritagli ed invii a qualche social network. Oppure metti la scheda di memoria nel computer, copi i files e carichi Photoshop. Ecco, siamo arrivati al motivo del mio scrivere. Sono nell’informatica da sempre (dai primi anni ’80) e Photoshop l’ho visto nascere. Lo considero uno strumento fondamentale ed utilissimo, ma ultimamente mi frulla qualcosa nella testa, specie dopo aver letto la storia di  Narciso Contreras:

A1_Pulitzer

La realtà è quella che uno vuol vedere, ma i dirigenti di AP (l’agenzia Associated Press) con l’interpretazione della realtà non scherzano affatto e così hanno licenziato in tronco Narciso Contreras, fotografo messicano, dopo aver scoperto che il vincitore del Pulitzer nel 2013 (assieme ad altri quattro colleghi) aveva “taroccato” una foto eliminando dal ritratto di un miliziano siriano che impugna un mitra la telecamera di un collega.

Quella delle foto “pastrocchiate” è un racconto che inizia con l’invenzione del dagherrotipo. La storia è piena di fotomontaggi, falsi, alterazioni più o meno giustificabili della realtà. L’ex Unione Sovietica ha fatto scuola, con personaggi che comparivano e scomparivano a seconda del gradimento presso il Partito. In particolare la presidenza di Stalin ha lasciato delle vero opere d’arte:

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Alexander Malchenko, non più gradito, scompare dalla foto (fonte wiki).

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Artemy, Trotsky e Lev Kamenev sono cancellati dalla foto del Novembre del 1917 (fonte wiki).

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Yezhov viene rimosso dopo la sua fucilazione (fonte wiki).

L’arte del falso fotografico non appartiene però alla sola Unione Sovietica ed anche negli Stati Uniti esistono esempi illuminanti:

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Una famosa foto di Abramo Lincoln: il corpo è del politico John Calhoun e testa è del Presidente americano.

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Francis P. Blair è stato aggiunto in un secondo momento alla foto del Generale Sherman con i suoi generali.

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Famosa foto del 1864 del generale Ulysses S. Grant durante la Guerra Civile Americana. Questo il  montaggio (a partire da in basso a destra in senso orario): la testa del Generale Grant è stata montata sul corpo, a cavallo, del generale Alexander M. McCook, sullo sfondo dei prigionieri catturati nella battaglia di Fisher’s Hill.

Non sfuggono a questa brevissima e non esaustiva disamina i sudditi della Corona Inglese:

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Il primo ministro canadese William Lyon Mackenzie con la regina Elisabetta II. C’era anche Re Giorgio VI, eliminato in un secondo momento.

L’avvento del digitale ha semplificato el cose consentendo di operare con il fotoritocco a diversi livelli.

Photoshop è diventato una specie di trattamento di bellezza, una cura estetica estemporanea e potentissima contro i guai del tempo e della tavola, la panacea di tutti i problemi ‘estetici’ (e non) legati alla fotografia.

Julia Roberts Nitro - Copertina

Madonna Karlie Kloss

Divertente la pubblicità creativa su Madonna: “Qual’è il segreto del mio successo? La crema da giorno Adobe Photoshop”. Meno divertente la manipolazione dell’immagine della modella Karlie Kloss per rendere socialmente accettabile anche un fisico pressoché anoressico.

Un ulteriore utilizzo è la creazione “tout court” di immagini partendo da zero. Anche in questo campo, e prevalentemente in campo pubblicitario, Photoshop la fa da padrone:

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Per finire, Photoshop può essere utilizzato anche come una semplice camera oscura; quindi da la possibilità di modificare tonalità, contrasto, luminosità di una fotografia senza alterarne i contenuti. Certamente l’immagine risultante è sempre frutto di una manipolazione, ma agendo solo sulle dominanti del colore, del contrasto e della luminanza si fa un lavoro da ‘camera oscura’ piuttosto che di ‘manipolazione dei contenuti’ o di ‘creazione di contenuti’.

Ecco un esempio di immagine trattata in modalità “camera oscura”, dove l’immagine originale viene contrastata, leggermente scurita e desaturizzata:

_tramonto_ORIG _tramonto_RETO

In tutti i casi l’utilizzo di Photoshop sulle fotografie è finalizzato al miglioramento e/o alla modifica dell’immagine originaria, per gli scopi che l’operatore si prefigge. Sono quindi definibili come “manipolazione dei contenunti”:

L’alterazione dei contenuti di una fotografia che mira a dare una rappresentazione non reale di un evento: è il caso del reporter che ha eliminato la parte della fotografia che non riteneva congrua con il messaggio che voleva comunicare, ed anche gli esempi di foto con persone che appaiono e scompaiono. Voglio dire ‘la foto non esprimeva ciò che il reporter voleva esprimere e la ha corretta per adattarla alla propria idea’.

La correzione delle imperfezioni, che può consistere nel semplice spianare la pelle (Julia Roberts) piuttosto che realizzare un makeup virtuale completo (Madonna) con alterazione dei lineamenti ed arrivare ad cambiare la silouette di una modella (la rivista Nitro) o eliminare le imperfezioni ‘politically incorrect’.

Si può definitre “creazione dei contenuti”:

L’utilizzo degli strumenti digitali per creare ex-novo immagini e disegni. Ad esempio immagini di improbabili siringhe costituite da bottiglie di birra o banane da spremere come tubetti di dentifricio. Probabilmente sitratta di immagini realizzate con programmi specifici di disegno vettoriale o modellazione solida, e l’immagine è completamente realizzata al computer.

È “lavoro da camera oscura”:

Qualsiasi attività tesa a non modificare altri aspetti se non luminosità, contrasto, gamma, saturazione, bilanciamento dei colori dell’immagine originale.

Uso quotidianamente – ed apprezzo- Photoshop e penso che se tra lo scatto e l’immagine finale c’è una manipolazione di contenuti non si possa più parlare di “fotografia” ma si debba parlare di “immagine”. Perché lo scatto non ha altra valenza che l’immissione di informazioni nel sistema che viene poi usato per gestire contenuti e messaggio. Come fotografo (ancorché dilettante) non riesco ad immaginare che il frutto di una manipolazione con Photoshop possa chiamarsi ancora “fotografia”. Una cosa è cercare l’inquadratura, studiare il momento, l’illuminazione, l’ora del giorno per fare uno scatto ed una’altra è prendere un file RAW, aprirlo con Photoshop e togliere il cane del vicino, lisciare la pancia della fidanzata dello zio e togliere il brutto quadro dal muro.

Ho deciso di segnalare sulle mie foto quando si sta guardando una “fotografia” e quando una “immagine” e per questo ho realizzato un marchietto per identificare quando rappresento o interpreto. Credo sia importante far sapere a chi guarda che ciò che sta vedendo è una fotografia e non una immagine creata ad arte.

GbC_NoPhotoshop_2

Anche perché se avete un appuntamento con Madonna rischiate di non riconoscerla.

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